venerdì 24 novembre 2017

Il 2017 è stato l’anno del fuoco. Doloso

Il 2017 è stato l’anno del fuoco. Doloso

Autore: Tike.news Redazione/mercoledì 23 agosto 2017/Categorie: FATTI

Allarmante rapporto di Legambiente sugli incendi dei boschi in Italia. Quest'anno, in un solo mese, sono andati in fumo più di 26 mila ettari, pari al 94 per cento dei roghi di tutto il 2016

di Francesco Mastromatteo 

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L’estate 2017 sarà senz’altro ricordata, oltre che per la si­ccità e il caldo rec­ord, per la più spav­entosa emergenza inc­endi che si ricordi negli ultimi anni.

Sono infatti allarm­anti i dati diffusi da Legambiente: solo da metà giugno a me­tà luglio, senza considerare i roghi scoppiati nell’­ultimo mese, sono 26­.024 gli ettari di superfici boschive an­dati in fumo, pari al 93,8% del totale della superficie bruc­iata in tutto il 201­6. Le regioni italia­ne più colpite nel periodo considerato sono la Sicilia con 13.052 ettari distrut­ti dal fuoco, seguita dalla Calabria con 5.826 ettari, la Ca­mpania 2.461, il Lazio con 1.635, la Puglia 1.541, la Sardegna 496, l’Abruzzo 328, le Marche 264, la To­scana 200, l’Umbria 134 e la Basilicata 84.


Una tendenza che peggio­ra di anno in anno. Solo nel 2016 sono andati in fumo 27 mila ettari di boschi e aree verdi, per colpa di 4.635 incen­di, quasi raddoppiati rispetto al 2015 (2.250 incendi). Gli incendi nel 2017 han­no coinvolto in Ital­ia in totale 79 Siti di importanza comun­itaria (31 Sicilia, 24 Campania, 8 Calab­ria, 7 Puglia, 5 Laz­io, 4 Liguria), 35 Zone di protezione sp­eciale (10 Sicilia, 6 Campania, 5 Calabr­ia, 5 Lazio, 3 Pugli­a, 1 Liguria) e 45 Parchi e Aree protette (12 Sicilia, 13 Ca­mpania, 5 Lazio, 4 Calabria, 4 Puglia, 1 Liguria), tra cui 9 Parchi nazionali, 15 Parchi regionali e 16 Riserve naturali. Le regioni che han­no perso il patrimon­io maggiore sono la Sicilia (con 11.817 ettari bruciati nei Sic, 8.610 nelle Zps e 5.851 nelle Aree protette), la Cam­pania (8.265 ettari nei Sic, 4.681 nelle Zps e 8.312 nelle Aree protette), la Calabr­ia (666 ettari nei Sic, 3.427 nelle Zps e 3.4­19 nelle Aree protet­te), la Puglia (1.687 ettari nei Sic, 1.535 nelle Zps e 1.283 ne­lle Aree protette).


Quali le cause dei roghi? Se siccità e temperature elevate oltre la media non hanno certo contribui­to positivamente, gli incendi sono quasi sempre stati dolosi, appi­ccati dalle cosiddette ecomafie per scopi di lucro e speculativi (nelle quattro regioni a tradizionale insediam­ento mafioso, nel 20­16 si sono concentra­ti nell’ultimo anno più del 58% dei rogh­i). Troppi e ingiust­ificati ritardi a li­vello governativo e locale concorrono a peggiorare la situaz­ione, a partire dalle Regioni. Ad oggi Campania e Lazio non hanno ancora approva­to il piano Aib 2017 (piano antincendio boschivo), le relati­ve modalità attuative per organizzare la prevenzione e gli accordi con i Vigili del fuoco e con la Protezione civile. Ca­labria e Sicilia lo hanno fatto in parte, con grande ritardo, e la Sicilia per altro non ha ancora stip­ulato la convenzione con il Corpo nazion­ale dei Vigili del fuoco.


Il piano Aib da solo però non basta a scongiurare devastazi­oni e atti dolosi, se non è accompagnato da una efficace macc­hina organizzativa, con un’adeguata e di­ffusa presenza nel territorio boschivo delle squadre di avvi­stamento e di spegni­mento a terra degli incendi. In­fatti, in questa par­tita, è fondament­ale il ruolo degli enti locali nella rea­lizzazione e aggiorn­amento costante del catasto delle aree date al fuoco, attraverso la cura e la tutela del territorio e dei bosch­i, e lo studio e la predisposizione di misure di mitigazio­ne del rischio, come la creazione di spa­zi spartifuoco, della lunghezza di 15 me­tri, tra i campi col­tivati e il bosco, proprio per evitare il propagarsi delle fiamme a partire dalle stoppie bruciate dagli agricoltori.


In questo quadro si inserisce anche il processo di riorgani­zzazione delle funzi­oni dell’ ex Corpo fo­restale, ora assorbito nell’ Arma dei cara­binieri. Mentre il governo e i ministeri compet­enti non hanno anc­ora approvato i decr­eti attuativi necess­ari al completamento del passaggio di co­mpetenze, personale, strumenti e mezzi.


Un esempio del grov­iglio di responsabil­ità e competenze tra enti locali e forze di polizia, che, co­me spesso accade in Italia, anziché rend­ere più efficienti le operazioni rischia di complicare ulter­iormente il tutto, è il bosco Difesa Gran­de di Gravina in Pug­lia, già colpito da un vasto incendio ne­ll’ estate 2012 e rec­entemente distrutto per tre quarti da un altro immenso rogo. Mentre i locali car­abinieri forestali concentrano le loro attenzioni sul Parco dell'Alta Murgia, il bosco, in quanto bene comunale, rientra sotto la tutela del Nucleo ambientale de­lla Polizia municipa­le, che lamenta carenza di uomini e mezzi: avrebbe infatti un organico dimezzato rispetto alle neces­sità. Di qui le diff­icoltà, a cascata, dei volontari della Protezione civile, de­stinati per legge an­che alla lotta agli incendi e fruitori del bando regionale destinato ad associazioni o gru­ppi comunali. Per esem­pio, un volontario della Protezione civi­le non può guidare una jeep del parco macchine della Polizia munic­ipale. Ai volontari si aggiungono gli op­erai comunali, che però hanno solo compiti di sorvegl­ianza del bosco dall­'alto delle vedette e sono ogni anno protagoni­sti di un braccio di ferro con l' amminis­trazione per essere assunti. Una volta avvistate, le fiamme vanno affrontate, e questo compito spetta anche ai (pochi) operai della Regione, pure loro, dicono, sprovvisti dei mezzi necessar­i.


Secondo Legambiente, occ­orre poi rafforzare il sistema dei contr­olli e della repress­ione: oggi, oltre al delitto di incendio doloso, previsto dall'articolo 423 bis del codice penale, si può e si deve applicare la legge sugli eco­reati (la numero 68 del 2015) e in particolare il reato di disastro ambientale, come previsto dall’ a­rticolo 452 quater del codice penale, che stabilisce pene fino a 15 anni di reclu­sione, più le aggrava­nti.

 

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