lunedì 23 aprile 2018

Bellomo o non Bell’omo? Questo è il problema

Bellomo o non Bell’omo? Questo è il problema

Autore: Tike.news Redazione/venerdì 22 dicembre 2017/Categorie: INCHIESTE_

Che il caso Bellomo debba essere considerato un caso non va per niente bene. Perché, oltre alle minigonne per le allieve e ai jeans strappati per gli allievi; oltre alle scuole di preparazione al concorso per magistrati,  in Italia ciò che non va e non può più andare è proprio il concorso come sistema di reclutamento dei magistrati


di Braveheart    

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Perché è interessante il caso di Francesco Bellomo, magistrato del Consiglio di Stato e titolare di una scuola di preparazione al concorso in magistratura, che secondo le accuse dei suoi colleghi magistrati avrebbe ricattato e sottomesso alle sue bizzarre voglie e richieste gli allievi, e soprattutto le allieve, della predetta scuola? Certamente non perché abbia tenuto banco, e ancora terrà banco, sui giornali e in tv. E nemmeno perché sia un caso di facile massacro mediatico, che si dà quando uno sta sotto e tutti gli altri stanno sopra e possono così eseguire eroicamente e al meglio il pestaggio.

Un primo motivo di interesse potrebbe risiedere nel fatto che Bellomo si è massacrato da solo. Con le assurde richieste alle allieve di indossare minigonne, tacchi alti, calze velate e di curare zigomi e sopracciglia per poter frequentare la scuola e presentarsi degnamente davanti a lui; con la meschina clausola imposta agli allievi, sanzionata da una penale in denaro di centomila euro, di non sposarsi durante la frequenza del corso, pena l’esclusione dalla scuola; con la demenziale imposizione di punizioni esemplari nei confronti di chi violasse questo “codice”, come quella di inginocchiarsi davanti a lui per impetrarne il perdono; con le sue stesse dichiarazioni ai giornali, improntate a una sorta di superomismo d’accatto, peraltro - a guardarlo in faccia, nelle foto - ingiustificato. Ma questo motivo di interesse potrebbe essere subito soddisfatto se il caso Bellomo venisse inquadrato per ciò che realmente rappresenta, e cioè un caso psichiatrico prima ancora che giudiziario.

Un secondo motivo di interesse, e ben più forte, sta invece in ciò che il caso Bellomo suggerisce e in ciò che attraverso di esso non viene detto, o non viene rimarcato con sufficiente forza e chiarezza. E cioè il sistema di reclutamento dei magistrati in Italia.

Se Bellomo siede tra i cento savi del Consiglio di Stato, chiedersi come ha fatto uno così ad arrivare, e subito, fin lì, è il minimo. Se Bellomo dirige una scuola, privata, di preparazione ai corsi per entrare in magistratura, e vi insegna, chiedersi come si è potuto consentire a uno così di far questo - e con lui, agli altri magistrati ordinari, che non dovrebbero “insegnare” – è, di nuovo, il minimo. Se in una scuola come quella di Bellomo, che presentava simili condizioni capestro e persino al di là di ogni ragionevole stato di sanità mentale, si iscrivono ragazzi e ragazze laureati in giurisprudenza che ambiscono a fare i magistrati e che oggi fanno i magistrati dopo aver frequentato una scuola del genere, chiedersi com’è possibile che questi magistrati e aspiranti tali non abbiano mai avuto nulla da dire fino a quando non è “scoppiato” il caso, è preoccupante. E questo vale anche per le allieve che hanno denunciato le angherie di Bellomo. Hanno fatto bene, certo. Ma da amanti del diritto, prima o piuttosto che di Bellomo, appena lette le condizioni a cui attenersi, avrebbero dovuto non iscriversi alla sua scuola, ritirare l’iscrizione se già avvenuta, denunciare pubblicamente e magari alla stessa autorità giudiziaria l’esistenza di una scuola che per i suoi “sistemi” era palesemente fuorilegge (ma possibile che nessun togato italico sia mai venuto a conoscenza anche per sbaglio, o solo per bisbiglio, della scuola Bellomo e dei suoi metodi? Non ci crede nessuno).

Quindi va bene il caso Bellomo, psichiatrico o giudiziario che sia. Ma che il caso Bellomo debba essere considerato un caso non va per niente bene. Perché, oltre alle minigonne per le allieve e ai jeans strappati per gli allievi; oltre ai gusti etero, omo o fluidi di Bellomo; oltre alle scuole di preparazione al concorso per magistrati, se pubbliche o private, in Italia ciò che non va e non può più andare è proprio il concorso come sistema di reclutamento dei magistrati.

A parte il fatto che anche la magistratura non fa eccezione a ciò che accade in altri settori della vita pubblica italiana - vista la quantità di figli e nipoti e parenti di magistrati che fanno i magistrati, che già di per sé è un bel dato statistico rivelatore della serietà di questo concorso -, il concorso per reclutare chi apparterrà al potere giudiziario, uno dei tre poteri dello Stato moderno, è una enorme sciocchezza, un imbroglio “in re ipsa”, una minaccia per l’esercizio di una giustizia giusta.

I magistrati, prima di diventare magistrati, dovrebbero semplicemente aver esercitato la professione di avvocato per dieci anni. Nessun ragazzotto di 24-25 anni, per quanto bravo, dev’essere investito della enorme responsabilità e dell’enorme potere di amministrare giustizia, e spesso da solo in forma monocratica, subito dopo la laurea, o la scuola (di Bellomo o di qualunque altra scuola). Dopo questo indispensabile tirocinio, se quei giovani avvocati con dieci anni di esperienza volessero diventare magistrati, dovrebbero candidarsi a diventarlo nel distretto prescelto ed essere eletti, non in eterno ma per un periodo prefissato di alcuni anni, come avviene negli Stati Uniti.

Con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, l’elezione, la legittimazione derivante dal consenso popolare è infinitamente più equa e più efficace del timbro di una commissione di concorso. E questo perché non stiamo parlando, con tutto il rispetto, di impiegati o dirigenti comunali o ministeriali, ma di magistrati, che sono funzionari pubblici che amministrano giustizia “in nome del popolo italiano”. Del popolo, non in nome della commissione di concorso che li ha esaminati, o del concorso che hanno superato, o della scuola che a quel concorso li ha preparati, Bellomo o non Bellomo, e persino Bell’omo o non Bell’omo.

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