venerdì 24 novembre 2017

Il triangolo maledetto che ha inghiottito Giulio Regeni

Il triangolo maledetto che ha inghiottito Giulio Regeni

Autore: Lucia Casamassima/martedì 29 agosto 2017/Categorie: INCHIESTE_

Diciotto mesi. E’ il tempo che è passato tra l’omicidio irrisolto di Giulio Regeni e la decisione del governo italiano di inviare nuovamente l’ambasciatore al Cairo, è il tempo che passa dallo stesso omicidio alla firma di un importante accordo tra l’azienda udinese Danieli Automation spa e l’Autorità del Canale di Suez

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Diciotto mesi. E’ il tempo che l’Italia ha perso o forse ha preso per ripercorrere gli stessi passi e tornare al punto di partenza: l’Egitto. E’ il tempo che è passato tra l’omicidio irrisolto di Giulio Regeni e la decisione del governo italiano di inviare nuovamente l’ambasciatore al Cairo, è il tempo che passa dallo stesso omicidio alla firma di un importante accordo tra l’azienda udinese Danieli Automation spa e l’Autorità del Canale di Suez.

L’azienda italiana Danieli Automation spa è una dei leader mondiali nella progettazione e realizzazione di sistemi per l'automazione, il controllo e la gestione dei processi industriali del settore siderurgico. Nasce a Buttrio, un comune della provincia di Udine distante 40 minuti da Fiumicello, dove è cresciuto Giulio Regeni. Certo, è una coincidenza, ma abbastanza curiosa. La Danieli spa ha avuto le sue prime sedi periferiche a Genova e a Milano e due sono proprio nel Regno Unito. Una è a Oxfordshire e l’altra a Magna Way. Oggi ha quaranta sedi sparse in tutto il mondo, dall’America all’Asia, passando per l’Egitto. E' considerata una delle poche aziende italiane che investe molti soldi in ricerca e indagini di mercato.

Il 20 dicembre del 2015 la Danieli spa annunciava il suo primo successo in Egitto: il recupero e il potenziamento dell’impianto siderurgico Ezz El-Dekheila (il più grande in Medioriente) di proprietà del magnate egiziano Ahmed Ezz, arrestato il 17 febbraio 2011 per malversazione e peculato nell'ambito di un’indagine sul processo di acquisizione dell’impianto. Ahmed Ezz, (ex deputato, ex segretario del Pnd di Mubarak e stretto collaboratore del figlio dell'ex rais, Gamal) è tutt’ora detenuto anche per le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro sporco. Nei vari processi che sono seguiti e' stato condannato a 60 anni di carcere e gli è stata revocata da subito la licenza per la produzione dell’acciaio.

Il 17 Agosto 2017 (due giorni dopo l’annuncio del governo italiano di inviare nuovamente l’ambasciatore in Egitto) la Danieli Automation spa firma un altro importante accordo con il generale Mohab Mamish, responsabile dell’Autorità del Canale di Suez. Qual è il progetto? La costruzione di un grosso impianto siderurgico (del valore di 5,5 miliardi di dollari di proprietà dell’investitore egiziano Ahmed Abu-Hashima) all’interno della zona speciale del Canale, precisamente a Ain Sokhna, a circa 120 chilometri a est del Cairo. La fabbrica avrà una capacità produttiva di 1,2 milioni di tonnellate di acciaio e ferro all’anno e creerà 6.000 posti di lavoro. Sul sito internet della multinazionale udinese (che a sede al Cairo, precisamente a Eliopoli, a 40 minuti da Ahram, zona in cui viveva Giulio Regeni), aggiornato al 25 agosto 2017, nella sezione “Eventi e Notizie” in cui vengono riportati tutti i successi dell’azienda nel mondo, non è riportato quello di Suez.

E’ curioso come la vita di Giulio Regeni lo abbia portato negli stessi luoghi. Come è stato già detto, il ricercatore italiano era di Fiumicello, Udine. Non aveva ancora raggiunto la maggiore età quando si trasferì per studiare all'Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico - Stati Uniti d'America) e poi nel Regno Unito. Dopo aver lavorato presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, ha svolto per un solo anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche (?), la Oxford Analytica. Sul sito di questa società si legge : “Navigare in un mondo incerto. Consentiamo alle organizzazioni e ai governi più importanti del mondo di navigare in ambienti complessi globali che influenzano la strategia, le politiche, le operazioni e gli investimenti”. E subito dopo si ritrova al Girton College dell'Università di Cambridge per una tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani (?). Una coincidenza? Può darsi, ma va ricordato cosa ha detto il generale Tricarico (ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e consigliere militare di tre presidenti del Consiglio) dopo l’omicidio di Regeni. Ha definito l’incarico affidatogli dall’università inglese “opaco”. E questa opacità deriva proprio dalla commistione (che in Inghilterra è legale) tra l’intelligence e le migliori università inglesi. Anche il generale Mario Mori, ex capo del Sisde, ha fatto considerazioni analoghe. Perché Anne Alexandre e Maha Abdelrahman (egiziana), entambe docenti all'università di Cambridge e legate ai Fratelli musulmani (i maggiori oppositori di el-Sisi), hanno affidato a Regeni una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani?

Perché in Egitto c’è la fila per "entrare", soprattutto da quando sono cominciati i lavori per il raddoppio del Canale di Suez (ex dominio inglese). Il governo egiziano sta promuovendo grandi progetti di infrastrutture: dai porti e zone industriali lungo il Canale di Suez appena raddoppiato, ai fosfati estratti nel deserto occidentale, a un nuovo triangolo industriale tra i porti di Safagaed el Quseir sul Mar Rosso e la città di Qena sul Nilo, fino a una nuova espansione urbana e industriale sulla costa mediterranea intorno a El Alamein. E conta di investire miliardi di dollari, promessi in gran parte dalle monarchie del Golfo. Così, le imprese di tutto il mondo sperano di partecipare alla festa. Geopolitica ed economia vanno sempre insieme, dalla Francia al Regno Unito, dalla Cina alla Russia. Quest’ultima, per esempio, aspetta l’approvazione (che dovrebbe arrivare entro ottobre 2017) del presidente Abdelfattah el-Sisi degli accordi stipulati il 19 novembre 2015 per la creazione di una centrale nucleare in Egitto. La firma degli accordi, le cui negoziazioni sono state gestite dalla compagnia di stato russa Rosatom e dal ministro dell’Elettricità egiziano, arriva con un lungo ritardo dovuto alla titubanza da parte russa in materia di sicurezza, per la quale l’Egitto ha dovuto dimostrare di poter garantire gli standard richiesti e necessari. Secondo Rosatom, la prima delle quattro unità del reattore di terza generazione nucleare dovrà sorgere nell’area di Dabaa, nel Governatorato di Matruh, a 130 km a nord-ovest del Cairo e a 3,5 km da el-Alamein, e dovrebbe essere terminata per il 2022. Le unità avranno una capacità di generazione di 1,200 megawatt ciascuna per un costo di circa 25 miliardi di dollari, finanziati all’85% dalla parte russa con un prestito al 3% di interessi annui da pagare in 13 anni a partire dal 15 ottobre 2029. Gli egiziani provvederanno al 15% rimanente costituito prevalentemente dalle strutture di installazione. Le nuove centrali, secondo le stime, creeranno oltre 10.000 posti di lavoro.

E c’è anche l’Italia. Oltre all’Eni, sono circa 130 le aziende italiane in Egitto. C’è Edison, banca Intesa San Paolo (che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari), Italcementi, Pirelli, Italgen, Gruppo Caltagirone, Danieli spa e molte altre. Infatti, è per questo motivo che il governo italiano ha più volte ribadito l’importanza di avere nel Mediterraneo un Paese amico come l’Egitto. Gli interessi economici sono così importanti che l’ex premier Matteo Renzi (durante la sua visita a Sharm el Sheik nel 2015) ha dato pieno riconoscimento alla dittatura militare di el-Sisi. Gli interessi economici sono così importanti che l’Italia non ha ancora chiesto che venga fatta giustizia per l'assassinio di Giulio Regeni. Gli interessi economici italiani in Egitto sono così forti da mettere ancora più in luce la debolezza politica dello Stato italiano.

Lo sanno anche in Egitto, dove persino un egiziano comune, con tono canzonatorio, racconta degli uomini dell’intelligence (?) italiana “in vacanza”. E’ possibile che i servizi segreti italiani non fossero a conoscenza della presenza di Giulio Regeni e della ricerca che stava svolgendo? Se sì, è grave, perché vuol dire che hanno ragione gli egiziani quando dicono che la nostra intelligence (?) è lì tranquilla, "in vacanza" appunto. Se no, è ancora più grave. Perché, in entrambi i casi, sia che si trattasse davvero di una semplice ricerca sui sindacati indipendenti egiziani (in un Paese come l'Egitto, i sindacati, e pure indipendenti?), sia che si trattasse di altro (e quindi che Regeni fosse davvero una spia), l'intelligence italiana non ha avvertito in tempo il giovane ricercatore e non gli ha fatto cambiare aria. E’ possibile che il governo italiano, dopo 18 mesi, non sappia ancora la verità sull’omicidio? Perché ha fatto una mossa così inutile come quella di ritirare l’ambasciatore dall’Egitto per poi rimandarlo dopo 18 mesi senza che il caso sia stato risolto? Il premier Paolo Gentiloni, che continua a fare inutili telefonate alla famiglia Regeni, non ha ancora incontrato el-Sisi per chiedergli di tirar fuori gli assassini e di punirli secondo le leggi del suo Paese. 

Perché? Per l’importante commessa che la Danieli spa ha firmato a Suez? Perché il brutale assassinio di Regeni potrebbe far venire fuori altro? E chi ha davvero commissionato la ricerca che è costata la vita a Regeni?

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