venerdì 24 novembre 2017

Più dell’Islam è la famiglia la chiave per capire l’Iran

Più dell’Islam è la famiglia la chiave per capire l’Iran

Autore: Tike.news Redazione/giovedì 8 giugno 2017/Categorie: PERSONE

Alberto Zanconato, giornalista dell'Ansa dal 1984, è stato corrispondente da Teheran dal 1994 al 1997 e poi dal 2001 al 2011.  Nel suo libro "L'Iran oltre l'Iran" (Castelvecchi, 2016) racconta un Paese ancora sconosciuto

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"La famiglia. E’ da qui che deve partire chi vuole cercare di capire l’Iran: non dall’Islam, ma da una rete di rapporti familiari e conoscenze, solidarietà e interessi che resistono al tempo. I fili di una trama che non si spezzano mai veramente, figli di una tradizione capaci di sopravvivere anche ai cambiamenti di regime.

E’ un errore identificare le differenze tra l’Occidente e il Medio Oriente solo in termini religiosi, sottovalutando diversità di tipo culturale altrettanto decisive. Schematizzando, una delle più importanti è il valore dato dal primo alla libertà individuale, dal secondo all’appartenenza al gruppo, per i musulmani come per i cristiani.

In Iran il gruppo di appartenenza più importante è la famiglia, in senso allargato, fino ai cugini di secondo o terzo grado, e i rispettivi coniugi. Un microcosmo caratterizzato anche da rivalità e insofferenze reciproche, spesso di costrizione e a volte di ingiustizie. Ma pur sempre visto come porto sicuro e fonte di aiuto concreto. Il clan familiare è rimasto il punto di riferimento centrale per la maggioranza degli iraniani anche attraverso gli sconvolgimenti della rivoluzione.

E’ l’elemento rivelatosi decisivo per la resistenza di un mondo tradizionale che ha fatto fallire il progetto di islamizzazione integralista del Paese propugnato da almeno una parte del nuovo regime. Tra le cose messe al bando subito dopo la rivoluzione vi furono il vino e la musica, che fanno parte della tradizione iraniana. Ma chi beveva, ascoltava musica e ballava, ha continuato a farlo, sebbene nel chiuso delle case. <<Uno Stato islamico è stato creato, non una società islamica>>. Almeno non più di quanto lo fosse prima.

Della mentalità tradizionale fa parte anche un’accettazione dell’autorità più marcata che in Occidente, che contrasta con gli atteggiamenti di sfida di molti giovani. Anch’io sono rimasto sorpreso quando mi sono trovato davanti a reazioni di questo tipo del tutto inattese. Un’amica bisessuale, Neda, dal comportamento alquanto libero, rimase stupita quando le dissi che in una discussione con un sacerdote in Itlia avevo messo in dubbio certi principi della fede cattolica […].

E’ vero che tra i giovani iraniani sono molto più frequenti le discussioni politiche, rispetto a un Occidente intorpidito da una libertà che è ormai abituato a dare per scontata. Ma l’atteggiamento di molti ragazzi e ragazze che nelle strade sfidano i guardiani della morale e nelle feste si fanno di alcol e d ecstasy assomiglia all’atteggiamento di un adolescente ribelle verso il padre: liberarsi dalla dipendenza da lui è un’altra cosa.

Così un diplomatico iraniano, Ali Pakdaman, mi ha spiegato il concetto: <<Certo, puoi contestare tuo padre, ma se qualcuno viene e gli dà uno schiaffo, tu da che parte stai?>>. E’ in una discussione una sera un’altra amica, Shahrzad, mi dise:<<E’ chi sta al potere che deve cambiare le cose per il popolo, come un buon padre>>. Anche lo Shah, del resto, diceva che lui e il popolo si sentivano <<parte della stessa famiglia>>.

La sera che Shahrzad mi fece il paragone tra il governante e il “buon padre”, io mi misi s ridere. Ma con il tempo ho capito l’importanza vitale delle eredità familiari e culturali, da cui ciascuno di noi prende fotma. E che non possono essere cancellate per far posto a un “uomo nuovo” che riparta da zero. Nè per assecondare i piani di talebanizzazione di un regime islamico né, dall’altro lato, di un fondamentalismo modernista e laicista che vorrebbe improntare a sé tutto l’universo. Cioè di un Occidente <<disposto a interrogare il mondo intero, ma solo a patto di potere ascoltare le proprie risposte>>".

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