venerdì 24 novembre 2017

"Sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram"

"Sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram"

Autore: Francesco Mastromatteo/martedì 4 luglio 2017/Categorie: PERSONE

Paolo Villaggio, ha esordito in sordina nei film di registi come Federico Fellini, Marco Ferreri, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi e Mario Monicelli, ma per un curioso quanto diffuso paradosso dell’arte, la sorte ha voluto identificarlo in maniera imperitura con la figura di Ugo Fantozzi

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Ottantaquattro anni, barba bianca e un’indole privata malinconica in contrasto con la figura ridanciana dello schermo, un tratto tipico dei veri comici, al centro di polemiche negli ultimi tempi per alcune controverse uscite sui temi dell’attualità, Paolo Villaggio proveniva dalla scuola goliardica genovese, bazzicata anche dal suo amico Fabrizio De André. 

Ha esordito in parti più in sordina, partecipando a film di registi come Federico Fellini, Marco Ferreri, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi e Mario Monicelli, dopo essere approdato al cinema da una lunga gavetta teatrale, radiofonica e televisiva, ma per un curioso quanto diffuso paradosso dell’arte, la sorte ha voluto identificarlo in maniera imperitura con la figura di Ugo Fantozzi, a cui fanno da corollario personaggi minori ma non meno significativi come il prof. Kranz e Giandomenico Fracchia.


Il grande pubblico ha imparato ad apprezzarlo come attore, ma Villaggio
è stato prima ancora uno scrittore. Non si capirebbe la profondità dei suoi personaggi senza leggere i libri che hanno ispirato le sceneggiature dei suoi film. Ben otto sono i testi satirici incentrati sullo sfortunatissimo impiegato dell’ufficio sinistri, che dimostrano la caratura letteraria, e si direbbe quasi da personaggio della commedia dell’arte, di Fantozzi, divenuto allegoria sociologica dell’uomo dell’età moderna, vittima naturale dei mass media, del consumismo e della pubblicità televisiva, tragicamente incapace di adeguarsi ai modelli sociali che pure mitizza quotidianamente.

Emblema dell’italiano medio, mediocre, servile e ipocrita, Fantozzi è diventato la maschera grottesca quanto amara di tutto il peggio della classe impiegatizia nazionale, sempre pronta a omaggiare il potente di turno e ricambiata per lo più con disprezzo e sberleffo, sempre tesa a fregare il prossimo sia pure con inevitabili scarsi risultati, a partire dai colleghi di ufficio, ingabbiata nell’asfittica traiettoria tra “sveglia e caffè, barba e bidet”, il tram da acciuffare al volo, il cartellino da timbrare. A contorno della penosa figura del protagonista, il grigiore della vita domestica, con una moglie frustrata e una figlia bruttissima, i goffi tentativi di conquistare la perfida Silvani, le squallide partite e le sfortunate vacanze con i compagni di lavoro come Filini, perennemente inseguita dalla nuvoletta, uno dei tanti “topoi” surreali della favola cattiva del ragioniere con il basco.

Nello stesso tempo Paolo Villaggio non perdeva occasione per mettere alla berlina clichè e difetti degli intellettuali radical chic, quelli delle noiose rassegne cinemafotografiche e della corazzata Potemkin. Un segno di autoironia da parte di colui che, sia pure a modo suo, si considerava un esponente della cultura di sinistra (si candidò negli anni ‘80 nelle liste di Democrazia Proletaria).

Per uno di quei curiosi rovesciamenti della storia, che non segue mai traiettorie lineari, oggi,in tempi di crisi, Fantozzi potrebbe però incarnare l’”aurea mediocritas” del posto fisso, più recentemente caricaturizzata da Checco Zalone, un altro esilarante fustigatore del costume italico del XXI secolo, che in tempi di crisi, disoccupazione e precariato potrebbe essere più un posto agognato e desiderabile che l’emblema della sfiga. Ci piace allora immaginare il <<ragionier Fantozzi>>, oggi, dall’alto della sua nuvola, ridere sardonicamente e prendersi la rivincita, facendo il suo solito gesto dell’ombrello.

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