venerdì 24 novembre 2017

Risanare l’Ilva, evacuare il Tamburi “quartiere dei morti viventi”

Risanare l’Ilva, evacuare il Tamburi “quartiere dei morti viventi”

Autore: Tike.news Redazione/sabato 27 maggio 2017/Categorie: INCHIESTE

Sajjan Jindal (Jsw Steel), ha detto che avrebbe evacuato il Tamburi per trasformarlo in un bosco, come ha fatto a Bangalore. Invece ha vinto la proposta del gruppo ArcelorMittal, perché ritenuta economicamente “più vantaggiosa”

di Carlo Vulpio 

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L’Ilva è morta, Viva l’Ilva. La più grande acciaieria d’Europa, riferiscono le cronache, è stata acquistata per 2,3 miliardi di euro dal gruppo di imprese guidate dalla angloindiana ArcelorMittal (di cui fanno parte anche il gruppo Marcegalia e BancaIntesa). I tre commissari straordinari (Piero Gnudi, Enrico Laghi, Enrico Carrubba) hanno valutato questa offerta “più vantaggiosa” di quella avanzata dal gruppo indiano Jsw Steel di Sajjan Jindal, che ha offerto 1,8 miliardi di euro (e ha come partner anche la Cassa Depositi e Prestiti e il gruppo Arvedi).

Al di là delle valutazioni di altra natura, lascia perplessi che gli stessi commissari, sul piano del risanamento ambientale, abbiano valutato l’offerta della Jsw migliore di quella di ArcelorMittal e tuttavia abbiano aggiudicato a quest’ultima la gara.

Certo, ArcelorMittal ha offerto 600 milioni in più di Jsw Steel, ma è il risanamento ambientale la scommessa “impossibile” da vincere a Taranto, senza dover smantellare l’acciaieria della diossina e delle decine di sostanze cancerogene e teratogene che uccidono la popolazione, soprattutto sotto forma di leucemie infantili. Quindi, avrebbe dovuto essere questo il punto di gara da privilegiare, quello che avrebbe dovuto fare la differenza. Tutto il resto, viene dopo. A meno che non si voglia rieditare il solito, vecchio e inutile conflitto industrialismo/ambientalismo del secolo scorso, con la solita, vecchia, inutile e falsa “alternativa” tra lavoro per non morire e accettazione della morte pur di lavorare, come se in queste faccende “tertium non datur”, quando invece è vero il contrario.

Fare un esempio aiuterà a capire meglio il senso di questa riflessione. Tutti sanno che a Taranto c’è un quartiere, il Tamburi, in cui vivono (o meglio, sopravvivono) 25 mila persone, il 10 per cento della popolazione di Taranto, e tutti sanno che questo quartiere esisteva già quando gli hanno costruito “addosso” l’acciaieria. Il Tamburi è noto anche come il “Quartiere dei morti viventi” e chi scrive, già otto anni fa, nel libro “La città delle nuvole”, sosteneva che l’unico modo per risanare davvero il Tamburi era evacuarlo. Trovare cioè un’altra area in cui far vivere, e non sopravvivere, i 25 mila abitanti di quel disgraziato quartiere.

Ora, Sajjan Jindal ha dichiarato, quando ha presentato l’offerta di Jsw Steel, che lui al Tamburi avrebbe fatto proprio questo: evacuarlo e trasformarlo in un bosco, piantandovi un milione e mezzo di alberi, esattamente come il suo gruppo ha fatto a Bangalore, in India, quando ventitrè anni fa ha costruito una nuova e moderna acciaieria. Altro che “copertura” dei parchi minerali (cioè, le discariche a cielo aperto di residui tossici della produzione di acciaio) con teloni, qualche filare di alberelli e ogni tanto una spruzzatina di acqua, con cui per decenni a Taranto si sono volute “domare” le micidiali polveri dei “parchi minerali”.

Non è il solo, Sajjaan Jindal, ad aver detto le cose come stanno e ad aver proposto la soluzione più efficace. Con un po’ di ritardo – ma meglio tardi che mai -, recentemente anche Umberto Ruggiero, ex rettore e professore emerito di Ingegneria meccanica del Politecnico di Bari, ha sostenuto che l’univa via d’uscita, per il quartiere Tamburi, è quella della evacuazione. “Come non pensare all’urgenza, allora e ancora oggi – ha scritto Ruggiero -, di diminuire i residenti, di provvedere al blocco totale di permessi e licenze per ogni nuovo insediamento pubblico e privato al Tamburi? E perché non adeguare il problema alle conseguenze, per esempio, di un terremoto?”.

Ecco il punto. Posto che al Tamburi non ci sono stati e non ci sono catastrofisti, ma c’è stata la catastrofe – e questo non lo disconosce nessuno -, perché non agire di conseguenza? Per i costi? E quanto costa ed è costato finora questo terremoto continuo? Il problema è europeo non solo italiano, esattamente come le quote eccedenti di acciaio prodotto che preoccupano l’Antitrust. O si elude la questione solo perché un terremoto fa rumore e se ne vedono le macerie? Nemmeno l’avvelenamento prodotto dal siderurgico, oltre ogni soglia di tollerabilità europea e di decenza umana, è silenzioso. E non è meno visibile. Basta andare al cimitero, o all’anagrafe, e contare i morti, soprattutto in età infantile. Allora, e ci scusino a Bombay, chi è che “fa l’indiano”?

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